È un successo, Suona per me.     Alla sua seconda edizione, in 120 pagine il libro accoglie le trame di un amore giovanile tormentato, fatigante, vivo nel pieno solco della tradizione romantica italiana. Giovane la sua autrice, Giusella De Maria, rivelazione – ai giovani anzitutto, suoi lettori fan e fan entusiasti – di modi, contenuti, capacità scrittoria e savoir faire. Dalla provincia napoletana ai riconoscimenti ufficiali (Premio Nanà – Nuovi scrittori per l’Europa)e alle ribalte del giro che conta, quest’opera prima regala alla 29enne specializzata in Filologia Moderna il brivido di potersi dire, pienamente e a titolo, scrittrice.

Giusella c’è posto, nell’era di facebook e chatroom, per il canto dell’amore romantico?

Al cor gentil rempaira sempre amore, mi viene in mente Guinizzelli. Credo che il desiderio d’amore non abbia un’epoca adatta; è atemporale. Quando è reale e sincero, l’amore sgorga in parole, in una serenata sotto a un balcone, in una lettera di un soldato dal fronte, o perché no in una chat di facebook. Mutano i mezzi, i cuori non cambiano. Il romanticismo non è questione dei epoche ma di animi. Un “cor gentile” e incline all’amore vero trova il modo di esprimersi con qualunque mezzo. Ci si affida al mezzo di persuasione più potente che ci sia: le parole. La mia storia è un Amore grande, raro, e non ha un tempo.

Diana compie un percorso verso sé attraverso l’altro amato: è questa la cifra della neo-emancipazione post-femminista?

Una giornalista di Repubblica a una presentazione di Suona per me esclamò entusiasta “Ma è un romanzo femminista!”. Credo di si, ma non lo avevo programmato. Ho affrontato una storia d’amore assoluta in cui si presenta l’eterno dilemma: la scelta tra l’amore tout coeur e l’amore di sé. Passiamo una vita intera a cercare l’uomo della nostra vita per poi affidarci, quando lo abbiamo trovato completamente a lui. E un giorno ci chiederemo: e io? Quanto resta di me stessa? Senza la realizzazione di sé non si può essere felici nemmeno con l’uomo dei sogni. La mia protagonista trova l’uomo della sua vita ma si rende conto di aver perso di vista se stessa. E di sentirne la mancanza.

Nel tuo romanzo convivono diverse modalità d’espressione artistica: riverberi cinematografici e pittorici contendono il primato alla protagonista, la musica [chi non sente l’eco di “Play it again, Sam”, nel titolo?! NdR]. Ma la letteratura? È filo narrativo di un estetismo sensoriale giocato su più piani concorrenti, o la parola è ancora pietra d’angolo delle emozioni?

Per me la letteratura è un’arte assoluta, totale, come diceva Wagner. In essa confluiscono barlumi incisivi di realtà e passioni; e poiché le nostre vite sono ricche di arte, cinema, musica, pittura, la parola narrativa non può prescindere da queste, se le trascina dietro come un fiume in piena. La parola scritta deve essere vita, e la vita è immensa. La letteratura è e una sinestesia naturale, non calcolata, ma spontanea delle arti che uno scrittore ha dentro di sé, nei suoi occhi, nei suoi ricordi, nelle sue orecchie. Nessun mezzo di espressione ha un potere evocativo tanto grande come la parola: evoca odori, suoni, ci conduce in posti incantevoli, al centro di un teatro di musica d’opera, su un ponte da fiaba, in riva ad un lago odoroso. La mia scrittura ha sempre un forte impatto impressionistico. È questo che produce emozione. L’“impressione”, a ogni riga,  d’una vita intensa e reale.

Il tuo è uno stile di ricercatezza di contenuti: rari i preziosismi, le maniere; tra echi campani e qualche gradevole invenzione, il lessico è nel complesso ben lungi dalle sciatterie del colloquiale. Ogni evento, tragico o lieto, è proiettato con garbo e misura su di una quinta di sospensione dal qui e ora: questo, il segreto del tuo scrivere?

Quando scrivo cerco sempre di essere “democratica”. Potrei infarcire la mia scrittura di orpelli retorici o fronzoli descrittivi, ma non arriverei a tutti i lettori. È ovvio che ciascuno legge e apprezza in base alle proprie attitudini e capacità, ma se vuoi raccontare una storia devi raccontarla al mondo intero. Cerco di adottare uno stile incalzante, che non annoi, soprattutto me stessa. Il ritmo è fondamentale, è la cifra stilistica della mia scrittura. Tendo sempre a far coincidere il tempo di una descrizione con la sua durata. E, soprattutto, non abbandono mai la spontaneità.

Diresti Diana il prodotto della generazione Erasmus?

Assolutamente no! Non sono mai stata in Erasmus ma conosco il “mondo Erasmus”;  Diana è ben lungi dall’essere una studente da festini, incontri e baldorie. Rifugge all’inizio del romanzo uno stile di vita e amicizie che sarebbero potute sfociare in “generazione Erasmus”. Diana è una ricercatrice talentuosa, anche se non si crogiola di esserlo; è una donna un po’ fuori dal tempo presente e dai suoi meccanismi e stereotipi. Se ci si ritrova  appare fuori luogo, come quando entra in un night club; fugge all’estero perché inquieta, alla ricerca di qualcosa che non sa bene cosa sia. Quando va a una festa o si sbronza è grottesca, si deprime, e lo fa per dimenticare un presente che non vuole accettare.

Sentimenti e modernità marciano di pari passo, Giusella? Viviamo l’era dell’Amore 2.0?

I sentimenti non marciano perché sono eterni. C’è molto rumore, oggi, in questa che chiamano modernità. Siamo frastornati da ogni parte, crediamo che non ci sia più spazio per i sentimenti. Eppure siamo ancora tanto matti da prendere un volo e rincontrare la donna dei nostri sogni, quella che avevamo lasciato andare  perché disillusi per ritrovarla, ancora pazza di noi, magari su facebook, magari per mail. L’amore non è meno amore a seconda dei tempi e delle modalità con cui lo si esprime. Gli innamorati si abbracciano teneramente, si amano e si odiano, oggi come al tempo di Catullo e della sua Lesbia.

“Aveva le mani arrossate dal gelo, deturpate da qualche graffio e scottatura di sigaretta. “Credevo che i pianisti portassero sempre i guanti per proteggere le mani dal freddo”. Mi lanciò un’occhiata, aspirando un po’ di fumo. “Non li sopporto… preferisco il freddo alla sensazione pruriginosa della lana addosso…”. Gli sorrisi con affetto, pensando tra me e me che le sue dita non avevano bisogno di nessun accorgimento per produrre l’incanto di cui erano capaci. “I tuoi studi?” mi chiese in un sorriso, mentre ci servirono la cioccolata calda. “Bene”, dissi, senza espressione, rimestando lo zucchero nella tazza. Prese a sorseggiare la cioccolata assecondando il mio silenzio. Non bastava più il caro profumo della sua pelle per compensare il mio senso di insoddisfazione. Guardai la strada incorniciata dalla tenda dietro al vetro. Le persone proseguivano a passo deciso nelle direzioni senza esitazione, mi parve. Nessuno si soffermava un istante a pensare perché aveva cambiato idea o era indeciso. Pensai alla mia immagine tra quel fiume di passi frettolosi, una vagabonda che si guarda intorno smarrita, tormentata dall’indecisione. Sospirai, il viso tra le mani” (Suona per me, 2010)

 

ANDREA VIVIANI

 

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