Giusella De Maria wedding writerMio padre me lo aveva fatto mettere per iscritto. “Se davvero non ti sposerai mai come dici, allora scrivimelo nero su bianco. Te lo farò leggere tra quindici anni”.

Quindici anni dopo ero single, avevo cambiato sei fidanzati, quattro case, tre lavori e vivevo su un treno.

Mi ero appena trasferita in una nuova città quando un’amica, una di quelle che ogni volta che ti vedi è una festa ma capita così di rado, ma quanti ricordi, e quel falò dove facemmo il bagno vestiti? Sì, avevamo quindici anni. E il concerto di Vasco con i due tipi che ci presero sulle spalle? Una di quelle amiche lì, insomma, di quelle che quando chiama è per fare i bilanci di una vita agli auguri di Natale. O dirti che si sposa.

E se si sposa lei, tu faresti qualsiasi cosa per vederla percorrere quella navata che le cambierà la vita.

Le domandi della lista nozze, ma lei, come fosse una cosa naturale ti chiede con quella vocina carina a cui non puoi dire di no, soprattutto se sta per infilarsi un velo bianco sulla testa, ti dice “Da te vorrei un regalo speciale, amica mia: che mi racconti il mio matrimonio. A modo tuo, Con i tuoi occhi e le tue parole”.

Provo a rilanciare sull’intero servizio da tè di porcellana inglese, ma lei è irremovibile.

“Voglio che scrivi il romanzo del mio matrimonio, amica mia.”

E va bene, amica mia. Ci vorranno fiumi di vino bianco, cedo, senza avere la minima idea di quello che farò.

E poi, il giorno più incantevole della sua vita arriva. E lei è raggiante. È felicità che sgorga senza freni, è leggiadria e purezza.

Eh sì, mi commuovo anch’io, di fianco alla nonnina di novantadue anni col cappellino verde acido, visto alla Regina Elisabetta, che mi passa i fazzoletti.

E così, nove ore dopo, tre piatti di pesce crudo, due di antipasti, due primi , tre secondi, dolci con ogni tipo di crema esistente e confetti dai gusti inimmaginabili, la vedo. Accasciata col suo abito da sposa su una sedia, come stesse riemergendo da una lunga trance. Prendo una sedia e mi piazzo di fianco a lei, che di tanto in tanto senza sollevarsi dalla sedia molla qualche bomboniera agli invitati che vanno via.

Racconta, mi dice come se non fosse stata qui. Com’è stato il mio matrimonio?

Molto bello, le rispondo di circostanza. Allora lei mi afferra una mano, me la stringe, e poi mi dice “Smettila. Voglio che mi racconti ogni cosa. Guardami? Sembro una che è stata al mio matrimonio? Dimmi cosa mi sono persa”.

E così, messa alle strette, le passo un cicchetto di amaro e inizio a raccontarle.

Della commozione delle sue amiche quando ha camminato fino all’altare al braccio del papà; del cagnolino di una cugina che ha fatto la pipì sul tappeto prima che arrivasse lei; del tizio che stava di fianco a me al tavolo in cui mi ha piazzata, l’ho visto rubare delle posate. Della nonna che ha chiacchierato tutta la sera con sua nipote, quella che non vedeva mai.

“Ma dai! E poi? Ancora, raccontamene ancora…che ha fatto il mio capo?”

“Quello col pizzetto e gli occhiali? Ha filtrato con tua cugina. Le avrà passato tre calici di vino in mezz’ora”.

Le racconto del viso commosso di suo padre, che a fine celebrazione non ha trattenuto le lacrime e di sua madre che per toglierlo dall’imbarazzo lo ha mandato un momento fuori a sistemare i coni di riso.

Del suo futuro marito che era un fascio di nervi nell’attesa, delle mani che gli tremavano e del suo labbro contrito a trattenere l’emozione quando la tua sagoma bianca è comparsa sull’uscio della chiesa.

Della pioggia che ci ha colti divertiti mentre li aspettavamo sulla terrazza; del paggetto che si è addormentato su un panca della chiesa e di sua sorella che ha portato le fedi per lui.

Di suo fratello minore che ha bevuto il suo primo drink alcolico e delle risate che ci ha fatto fare raccontandoci di ieri sera a casa vostra, degli ultimi preparativi. Sì, mi ha detto anche che papà in canottiera ha intonacato la cornice dell’ingresso.

“E poi, che è successo poi?”

“E poi è successo che lì c’era un uomo che non ti ha staccato gli occhi di dosso nemmeno un momento. E ogni volta che tu ti alzavi dal tavolo a salutare gli ospiti si voltava verso di noi e ci diceva che aveva sposato la più bella.”

Avevo sentito la mia amica raccontarmi del suo amore per molto tempo. Conoscevo i dettagli della loro storia e solo mentre ho cominciato a scriverli, tra lo sconcerto e l’ilarità , me sono resa conto davvero.

Un mese dopo ho bussato alla sua porta con una scatola di velluto, racchiusa in un nastrino glicine.

E lì, quando lo ha aperto, e ha cominciato a leggere la prima pagina, e già le scendevano le lacrime, ho capito.

Non era più soltanto il dono a un’amica.

Era nato qualcosa di più, il racconto di ciò che non si può catturare con uno scatto: il wedding book.

Ed è così che sono diventata una narratrice di nozze.

Ed è così che non mi sono mai (ancora) sposata.


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